Paggena:Opere edite ed inedite di Luigi Coppola.djvu/61

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Io che perfin senza un quattrino addosso,
Le mille volte, e a stomaco digiuno,
Ho schiccherato versi a più non posso
Senza soffrirne mai fastidio alcuno;
E Ja dieta è in fede mia tal cosa,
Che sente a un miglio da lontan di prosa*
Adesso invano m’affatico e stento,
E sto da un* ora con la penna in mano
Per ritrovare un misero argomento,
Per quanto ei fosse strampalato e strano,
Da scriver quattro versi, e avere il dritto
Di poter dir senza rimorsi: ho scritto.
Vorrei scriver d’amor; ma quando penso
Al male che m* ha fatto il Dio bendato,
Mi sentirei di tutto cuor propenso
A vederlo esalar l’ultimo fiato !
Non vo’ parlar di donne; ahi ! ne son lasse!
Non mi curo di lor, le guardo, e passo.
Vorrei parlar sulla ricchezza. Oh l cielo,
Che dissi mai !... non è materia mia !..
Meglio è coprir d* impenetrabil velo
Dove giunger non può la fantasia.
Fui de’metalli ognor fervido amante;
Ma giunto al rame non passai più innante!
Dunque che debbo dire ?... a quanto pare*
Non ho nulla trovato, e niente ho scrìtto;
Sicché sarebbe meglio di lasciare
La penna dove stava, e starmi zitto!
E così non scrivendo niente affetto,
Queste povere carte non imbratto l